SDS - Quando il calcio riuscirà a dire stop? Tanti motivi per ritenere un'utopia la conclusione del campionato...

24.03.2020 18:50 di Vincenzo Piergallino   Vedi letture
Fonte: sardegna.diariosportivo.it
© foto di Daniele Buffa/Image Sport
SDS - Quando il calcio riuscirà a dire stop? Tanti motivi per ritenere un'utopia la conclusione del campionato...

Ampia ed interessante riflessione realizzata dal portale "Sardegna.diariosportivo", in merito alle sempre più flebili possibilità di ripresa o meno dei campionati di calcio, dalla A ai tornei dilettantistici, nonostante i govervanti del calcio continuino a manifestare la volontà e la teorica necessità di proseguire l'attuale stagione sportiva. 

Quando si avrà il coraggio di dire basta? Perché il calcio dovrà trovare il modo e i tempi giusti per farlo. L'emergenza coronavirus sta evidenziando per l'Italia numeri altissimi in termini di morti e positivi un po' perché il virus l'ha colpito alle spalle circolando in modo silenzioso per settimane tra fine gennaio e inizio febbraio e poi per aver cercato un punto di equilibrio tra il dovere primario della tutela della salute dei cittadini, che imponeva una stretta radicale sin da subito, e quello di avere il minor danno all'economia, attraverso misure "proporzionate all’emergenza". Ed è il ragionamento che da settimane sta facendo il calcio ai massimi livelli, con lo slittamento degli Europei per sperare di avere date utili per terminare Champions ed Europa League, poi rinviate, o tenendo in stand-by i campionati nazionali di vertice alla disperata ricerca di date utili.

Ma il ragionamento che si dovrebbe fare per il resto della piramide pallonara, di sicuro dalla Lega Nazionale Dilettanti in giù, deve essere diverso. Per non distruggere, da qualche settimana, la speranza di tornare a rincorrere una palla, divertirsi, riabbracciarsi, ricreare aggregazione, si sta nel contempo rischiando di creare false aspettative. Aver detto a più riprese che i campionati si devono portare a termine perché ogni titolo sportivo va conquistato sul campo è sicuramente l'auspicio di tutti quelli che partecipano, hanno partecipato e parteciperanno ad una competizione ma, soprattutto, presuppone un ritorno ad una vita normale che avverrà in tempi e modi molto dilatati nel tempo. Ed è dunque un auspicio che rimarrà tale, visto che la forbice tra i tempi di uscita da questa pandemia e quelli che occorrono per poter concludere quanto iniziato nel settembre scorso, magari spingendoci anche fin dentro luglio, è sempre più ristrettissima. E non avrebbe nemmeno senso dire adesso riaggiorniamoci di settimana in settimana perché quanto più gli atleti dilettanti rimarranno fermi (un mese e mezzo? due?), quanto problematica sarà la loro rimessa in moto per la produzione di uno sforzo massimo e condensato nei tempi.

I tempi. Il coronavirus è una pandemia. Al 23 marzo quasi 300mila positivi, quasi 13mila vittime e quasi 200 nazioni coinvolte. Ogni stato è stato colpito velocemente e in tempi diversi, ognuno ha reagito in modo diverso e ognuno ne uscirà in tempi diversi. All'interno di ciascun stato, ogni regione avrà il suo tempo di uscita. In Italia siamo sottoposti a misure di distanziamento sociale dall'11 marzo ed in vigore fino al 25 marzo, inevitabilmente, saranno integrate con un allungamento di altre settimane. Ogni giorno che passa le previsioni sull'evoluzione del Covid19 nelle 24-48 precedenti risultano già superate. Ce lo dicono gli stessi esperti (virologi, epidemiologi e responsabili di malattie infettive) ai quali si sono affidati i nostri governanti per le misure da prendere. La Protezione Civile mostra i dati giornalieri degli attualmente positivi e degli incrementi giornalieri alla ricerca del famoso "picco" che, per riconoscerlo, occorrono almeno cinque-sei giorni di tendenza per eventualmente osservarne una discesa costante nella curva dei contagi. Le misure restrittive sono volte a schiacciare il picco, per farlo rientrare nella capacità di cura del sistema sanitario, che sta combattendo una strenua lotta pur se profondamente lacerato da protocolli sbagliati, mal eseguiti o con scarsi presidi. Questo schiacciamento del picco spalma l'epidemia nel tempo, il che vuol dire che l'ascesa ai massimi contagi è stata rallentata, così come sarà più lenta la sua discesa, e questo, ripetiamo, per avere maggior certezza di curare e guarire quante più persone possibili. 

L'esempio. Il virus è partito dalla Cina, e il paese asiatico è inevitabilmente il riferimento per tutti. Giovedì 19 marzo, per la prima volta da quando si era diffuso il virus nel paese (ufficialmente il 31 dicembre 2019), si sono registrati zero casi interni. Dal 23 gennaio sono state prese misure di restrizione crescenti (quarantena) sia a Wuhan (11 milioni di abitanti) che nell'intera provincia dello Hubei (60 milioni) diventata zona rossa; dal 10 febbraio c'è stato il divieto assoluto di uscire di casa; il picco di contagi è stato toccato dopo tre settimane e il calo della curva epidemica è avvenuto a partire dall'inizio di marzo. Il 21 di questo mese è stato permesso ad alcuni cittadini di tornare al lavoro (a certe condizioni di salute), altri hanno potuto fare la spesa o passeggiare in strada. La città viene "riaperta" in modo graduale con le restrizioni da revocare entro l'8 aprile, così pure i mezzi pubblici di collegamento tra Wuhan e le aree circostanti. Il timore è ora il "contagio di ritorno", infatti chi entra in Cina deve fare la quarantena. Il campionato di calcio cinese dovrebbe riprendere ad inizio maggio, il condizionale è ancora d'obbligo visto che Marouane Fellaini, centrocampista dello Shandong Luneng e della Nazionale belga, è stato trovato positivo. L’ex giocatore del Manchester United è arrivato in treno a Jinan, a 500 chilometri dall’Hubei, sottoposto a tampone e messo in quarantena. Ogni nuovo positivo, specie di ritorno, accende una lampadina rossa.

In Italia. La quarantena nel nostro paese è partita per tutti gli italiani non impegnati in attività di prima necessità l'11 marzo. Al giorno 23 non sappiamo ancora se stiamo per raggiungere il picco e, non appena sarà raggiunto, bisognerà vedere quanto impiegherà la discesa della curva epidemica (tre settimane come in Cina?) per giungere al numero zero nazionale di nuovi contagi (ultima settimana di aprile?). Poi si dovranno valutare tutte le misure graduali di allentamento delle restrizioni quando si sarà entrati a maggio pensando sempre al rischio del "contagio di ritorno" che ogni regione avrà verso l'altra, ora che sono diverse le singole curve epidemiche: Basilicata e Molise contano dai 60 agli 80 positivi, solo la Lombardia oltre 27mila, e le regioni del Sud guardano ancora con paura agli effetti dell'esodo nel weekend pre-decreto Conte.

Il lato sportivo. A oggi i campionati dilettantistici e quelli del settore giovanile sono sospesi fino al 3 aprile. La Figc dovrà dare un indirizzo, dopo aver ascoltato tutte le Leghe (dalla A alla Lnd), non appena il governo prenderà ulteriori misure restrittive che scadono il 25 marzo. Se fosse possibile mettere un attimo da parte il coinvolgimento emotivo che comporta questa striscia continua di perdite di vite umane (salita a quasi 6mila), il problema di salute di chi viene colpito dal coronavirus e gli effetti economici e di stile vita che avrà ciascuno di noi - che prima è cittadino e poi calciatore, allenatore, dirigente di club, medico, massaggiatore, collaboratore - ci si chiede come sarà allora possibile, ad esempio, portare a termine i campionati dilettantistici con 200mila gare (un terzo delle oltre 600mila stagionali) ancora da disputare?

Ci sarà il problema di una rimessa in moto collettiva, di rivivere una aggregazione a partire dagli allenamenti e trovare una condizione fisica adeguata.

Ci sarà il problema normativo se si dovesse giocare superando il 30 giugno (scadenza tesseramento, assicurazione, prestito) o quello di schierare obbligatoriamente i fuoriquota se la raccomandazione della Fmsi (Federazione Medici Sportivi Italiani) è quella dell'interruzione degli allenamenti collettivi fino al 30 giugno per i giovani under 17.

Ci sarà il problema dei colpi di coda del numero dei positivi che, se dovesse toccare un solo componente del club, porterebbe l'intera squadra in quarantena e fuori dai giochi per 14 giorni, l'avversaria eventualmente incontrata per ultima e a catena le altre.

Ci sarà il problema economico degli imprenditori che guidano i club impegnati a far ripartire le proprie aziende e salvare i propri dipendenti.

Ci sarà il problema dei giocatori che rimetteranno al primo posto il lavoro se, nel frattempo, riusciranno ad averlo conservato.

Ci sarà il problema di evitare un ulteriore carico ai presidi ospedalieri per infortuni derivanti dall'attività agonistica.

Ci sarà il problema per il campionato nazionale di Lnd, per definizione interregionale, che nello specifico delle squadre sarde prevede delle trasferte verso il Lazio e dal Lazio in Sardegna. E gli spostamenti aerei creano di per sé ulteriore aggregazione di massa.

Ci sarà il problema dei campionati regionali di Eccellenza che hanno una coda con confronti nazionali per le seconde in classifica.

Ci sarà il problema per tutte le squadre le cui rose sono composte da diversi calciatori (o allenatori) non della medesima regione e non italiani, e quasi tutti rientrati nelle rispettive regioni o Stati, che potranno avere difficoltà di spostamento oltre che essere sottoposti a quarantena una volta rientrato nei confini regionali o statali. 

Ci sarà il problema di prendere una decisione che non divida tutte le parti in causa eventualmente chiamate a inutili forzature perché nel calcio, specie nei dilettanti, non dovrà prevalere il lato economico della ripresa ma quello dell'unione, fratellanza, divertimento, competizione, agonismo e va fatto con uno spirito unitario e non frammentato dal momento che ogni singola regione ne uscirà inevitabilmente prima da quest'onda maledetta e comunque ferita. 

Le decisioni sugli altri sport in corso. Il calcio ai massimi livelli si sta dando tempo. La serie A è ferma fino al 3 aprile ma nel Consiglio Federale di domani dovrà posticipare ancora. La Liga spagnola il 12 marzo aveva sospeso le gare per le successive due giornate e ora si ferma fino a data da destinarsi. La Bundesliga tedesca ha rinviate i match fino al 2 aprile e presto allungherà lo slittamento. La Premiere League ha deciso per fermarsi fino al 30 aprile. La Ligue 1 francese è stata sospesa a tempo indeterminato. L'Uefa ha rinviate la Champions ed Europa League a data da destinarsi. Per gli sport invernali il coronavirus, e non la mancanza di neve, ha portato ad anticipare il finale della stagione. Nel Biathlon il 14 marzo si è disputata, a porte chiuse, l'ultima gara stagionale a Kontiolahti con la Coppa del Mondo generale assegnata all'italiana Dorothea Wierer. Nello Sci Alpino le ultime gare si sono disputate a La Thuile-Valle d'Aosta (29 febbraio) per il femminile e a Kvitfjell-Norvegia (7 marzo) per il maschile ma poi sono state annullate le ultime tappe di Ofterschwang-Germania, Aare-Svezia e Kranjska Gora-Slovenia e cancellate le finali di Cortina d'Ampezzo (18-22 marzo) portando a decretare campioni del mondo l'italiana Federica Brignone e il norvegese Aleksander Aamodt Kild con il meccanismo della classifica all'ultima gara disputata. Ecco, qui c'è una delle tante indicazioni su come potrà essere affrontato il problema dell'assegnazione dei titoli o salti di categoria nel calcio.