EX CORALLINI - La Cava: "Alla Turris giocavo con un under in più perché meritava. Il mio sogno era allenare il Pianura dei Cafasso, ma oggi senza 30 mila euro..."

 di Vincenzo Piergallino  articolo letto 831 volte
Fonte: notiziariocalcio
EX CORALLINI - La Cava: "Alla Turris giocavo con un under in più perché meritava. Il mio sogno era allenare il Pianura dei Cafasso, ma oggi senza 30 mila euro..."

Quando si sceglie di fare un'intervista si sà, solitamente, da dove si comincia ma mai, o quasi, dove si finisce. E' accaduto anche stavolta. Abbiamo contattato il tecnico Sergio La Cava per una chiacchierata sulla Serie D ma prima ancora di cominciare il viaggio ha cambiato meta per una lunghissima intervista davvero interessante.

Come sta?
“Direi incavolato. Purtroppo il calcio è cambiato e questo influisce sul lavoro di tutti quelli che come me hanno difficoltà a piegarsi allo status quo”.

Ci perdoni di cosa ci sta parlando?
“Del fatto che il calcio è malato. Più sei una persona seria e più in questo sistema fai fatica a lavorare. Non parlo solo di me ma di tanti miei colleghi che non si vedono più sulle panchine delle squadre di calcio. Mi rendo conto che oggi però è la vita che va così. Nel momento in cui fai certe furbate e non sei ligio alle regole agli occhi degli altri sei un dritto e non un mascalzone. Nel calcio funziona alla stessa maniera”.

Se parliamo di lei… cominciamo dalla fine. Il suo è uno sfogo per quanto le è accaduto personalmente, con l’ultima avventura risalente al precampionato del Barletta?
“Ovvio che parlo a titolo personale. Io posso parlare solo per ciò di cui sono stato protagonista, non mi permetterei, come invece fanno in tanti, di fare esternazioni solo per sentito dire. A Barletta il mio lavoro non è giudicabile perché ho fatto solo venticinque giorni di lavoro. Facendo sempre il mio lavoro, insieme al mio staff, con puntualità e senza lesinare impegno ed energie. Accettai l’offerta perché si tratta di una piazza importante, a cui auguro di ritornare presto tra i professionisti perché lo meritano. Quel poco tempo che sono stato lì ho avuto modo di apprezzare la città, meravigliosa, ed i tifosi che ho scoperto essere competenti ed appassionati. Purtroppo esistono personaggi in questo calcio che fanno promesse di cui gli allenatori non sono a conoscenza e credo sia quanto è capitato a me col Barletta. Per me conta la meritocrazia, nel calcio come nella vita, e gioca chi merita di giocare. Pensi che io sono contrario anche alla regola degli under…”

Questo ci interessa molto. Ci spieghi…
“Penso sia una norma errata. Molti ragazzi giovani sono costretti a stare in una rosa pur non essendo pronti per questo. Le società dal canto loro li prendono perché costretti dal regolamento. Per me è assolutamente sbagliato. Se un calciatore è bravo deve giocare a prescindere dall’età. Quanto allenavo a Torre del Greco per esempio, io giocavo con un under in più rispetto al numero obbligatorio. Questo perché chi giocava lo meritava. Inoltre, imponendo certi percorsi spesso ci si ritrova a schierare obbligatoriamente ragazzi non pronti, che finiscono col bruciarsi solamente così. A questo si aggiunge un altro grave problema: quello che spesso i genitori pur di far giocare i loro figli portano soldi in dote alla società di turno. Ovviamente il club poi è prigioniero di questo modo di operare e si ritrova costretto a far giocare degli elementi che concorrono a far naufragare il progetto tecnico”.
 

Lei ha parlato di calcio malato, e non è il solo. Ci sa spiegare dove si annida il male?
“Mi verrebbe a me di fare una domanda…. Non notate mai che certi personaggi finiscono col possedere società diverse, spesso anche importanti, e girovagare lo stivale facendo danni ovunque loro mettano piede? Perché ciò accade? Perché si sente dire nel calcio spesso di un allenatore che va via dopo quattro, cinque partite? Sarà mai che magari ha promesso soldi che poi non ha potuto garantire alla società? Non sarebbe meglio fare il proprio mestiere e farsi pagare? Chiunque sia in questo mondo sa quali problemi bisogna affrontare e risolvere”.

C’è stato un passato recente in cui lei era molto richiesto. Giusto?
“Sì, è vero. Io ho fatto la gavetta, sono partito dal settore giovanile, vincendo tutto e conquistando il “Seminatore” campano. Poi dalla Prima Categoria, sono arrivato rapidamente in Serie D dove ho avuto la fortuna, salvo le ultime esperienze, di fare sempre bene con squadre che non partivano certo per vincere il campionato e che io ho sempre portato ai vertici”.

Ed ultimamente qualche società ha chiamato La Cava?
"Sì, anche se non direttamente i presidenti. Diciamo solo che nell'ultimissimo caso mi è stato riferito che senza portare trentamila euro non avrei avuto possibilità di sedermi in panchina".

C’è una squadra che avrebbe voluto allenare?
Il mio sogno era di allenare il Pianura presieduto dai fratelli Cafasso. Persone serie, probabilmente le ultime, che hanno calcato il palcoscenico calcistico nostrano. Dirigenti ambiziosi che hanno sempre operato per fare grande calcio. Sui giornali sono stato accostato in diverse occasioni al club flegreo ma non c’è mai stato nulla di vero e, come detto, mi spiace perché sarebbe stato un sogno allenare quella squadra alle dipendenze di dirigenti preparati. Ci sarei andato a piedi”.

Come si cambia questo calcio?
“Non accettando più compromessi. Lo dico anche a tutti i miei colleghi. Facciamo piazza pulita, è arrivato il momento di dire basta. Ovviamente anche chi fa le regole dovrebbe decidere una volta e per tutte di affrontare un problema che si riverbera poi a tutti i livelli del sistema calcio compreso la mancata crescita di talenti. Se decidessero di penalizzare con quindici punti le società che accettano tesserati dietro compenso e squalificassero per tre anni tecnici e calciatori che portano lo sponsor per lavorare allora le cose cambierebbero in fretta perché il rischio non varrebbe l’impresa. Io non mi arrendo e continuerò a fare il mio lavoro ma sempre a testa alta”